Origine
ed evoluzione del tatuaggio, foto e disegni
Sin dalla preistoria l'uomo è stato portato a lasciare
dei segni, delle tracce, sull'ambiente circostante e, in particolare,
a decorare i luoghi a lui familiari, per renderli più'
intimi e personali. Secondo Lévi Strauss, la prima superficie
che l'uomo ha sentito l'impulso di abbellire sarebbe stato il
corpo, inteso come involucro della propria persona e mediatore
con il mondo esterno.
A
conferma dell'antichità di tale pratica, vi è
il ritrovamento di utensili di epoca preistorica, che si pensa
fossero utilizzati per tale scopo. La pratica del tatuaggio
è da considerarsi dunque un'arte antica, nata per soddisfare
un impulso umano con connotazioni non solo individualistiche,
ma anche con risvolti sociali, tanto da poter essere considerata
come "l'atto sociale primitivo".
Sul
piano linguistico è da notare che il temine "tatuaggio"
ha origine polinesiana, in particolare tahitiana, e deriva dal
vocabolo "tatau", traducibile con "marcare con
segni", "scrivere sul corpo".
Con
il termine odierno di tatuaggio si indicano tutti quegli ornamenti
e disegni impressi indelebilmente sulla pelle. La pratica del
tatuaggio è diffusa presso tutti i popoli, ma la zona
ritenuta più ricca di tatuaggi, sia per quanto riguarda
la quantità che la complessità dei disegni, è
l'Oceania, dove l'uso del tatuaggio è sopravvissuto fino
ai giorni nostri: si va dalla Nuova Zelanda a Samoa. Molto diffuso,
a Samoa, è il tatuaggio su tutto il corpo, denominato
"pÈa", per eseguire il quale sono richiesti
cinque giorni. Alla fine, viene data una grande festa in onore
di chi è riuscito a portare a termine l'impresa.
In
Africa si ritrova una stretta connessione tra tatuaggio, magia
e medicina. In Asia invece il tatuaggio ha origini lontane ma
la pratica si è evoluta con tempi e ritmi diversi nelle
diverse zone. Nel Sud-Est asiatico il suo uso è limitato
alle fasce povere della popolazione, mentre in Giappone assume
un valore ornamentale e di connotazione sociale. Il tatuaggio
era conosciuto anche presso tutte le popolazioni dell'America
precolombiana: valgano come esempio gli indiani della costa
nord del Pacifico ed i Maia.
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In Europa il tatuaggio era
diffuso già in epoca preistorica e sembra che la sua
funzione fosse principalmente terapeutica e curativa. Fu utilizzato
anche dai Greci e dai Romani per indicare l'appartenenza ad
una classe bassa o ad alcune categorie sociali: schiavi, prigionieri,
disertori e stranieri. Particolare è il rapporto tra
la religione cristiana ed il tatuaggio: inizialmente esso
costituiva per i primi fedeli perseguitati un simbolo religioso
e l'espressione di una fede osteggiata. Un cambiamento si
ebbe nel 787 d.C., quando Papa Adriano ne proibì l'uso.Quel
divieto, poi, rimase a lungo. Le condanne del tatuaggio lo
fecero scomparire dall'Europa per molto tempo, tornando in
uso solo tra il XV e il XVIII secolo, dopo l'avvio delle grandi
esplorazioni geografiche. Furono proprio le scoperte di territori
incontaminati, veri e propri paradisi terrestri (si pensi
all'arcipelago polinesiano), che portarono una ventata di
suggestioni esotiche e di curiosità, soprattutto presso
la borghesia del tempo, che ritornò al tatuaggio e
riconobbe ai tatuatori il ruolo di artisti.
Si può ritenere che questo atteggiamento
sia riconducibile al desiderio di un ritorno alle origini.
Infatti, l'incontro con culture incontaminate e definite "primitive",
generò la rivalutazione di un certo stile di vita,
di pratiche, riti e abitudini ad esso connesse, atteggiamento
che confluì e si espresse nel mito del "buon selvaggio".
Questa visione esotica viene meno con il '900, epoca in cui
si ha un'inversione di tendenza: il tatuaggio non è
più considerato espressione di libertà ed arte,
ma di anti-socialità, arretratezza e disordine morale.
Perché questa opposizione? Si può ritenere che
essa sia stata suscitata dalla diffusione del tatuaggio all'interno
di ceti bassi: esso, infatti, si era propagato tra marinai,
soldati, malavitosi e carcerati, tanto da diventare un vero
e proprio proclama di appartenenza alla criminalità.
Il ritorno del tatuaggio, in anni più
vicini, richiama alla mente la ribellione e la trasgressione.
Ne sono un esempio gli anni '60, in cui chi sceglieva di tatuarsi
apparteneva al ceto medio-alto ed era, per lo più,
mosso dalla voglia di stupire e porsi in alternativa alla
mentalità comune.
Con i "punk" ed i "bikers",
negli anni '70 e '80, il tatuaggio diventa uno degli elementi
cosiddetti "contro", cioè simbolo di contrapposizione.
Al tempo stesso, si pone anche come segno di riconoscimento
ed appartenenza. Il desiderio di tatuaggio, esploso negli
anni '90 insieme con il diffondersi di riviste e centri specializzati,
non sembra portare con sé ribellione e rabbia, ma si
pone piuttosto come una scelta di stile di vita personale.
Testo tratto dal sito "Portale
d'Oriente".
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